2005-11-15

S.T.

La 'guardia' uscì in fretta, senza voltare lo sguardo. Così rimasi solo, in quella fredda cella, senza capirne il motivo. E il mal di testa, che iniziava a farsi sentire, mi saturò completamente la mente, incapace, oramai, di riflettere razionalmente sulla mia situazione.


Non so dire per quanto tempo rimasi così, immobile, buttato a terra come uno straccio vecchio, su quel duro cemento, che per giorni aveva raccolto le mie lacrime di rabbia.


Avevo sperato in ogni istante di tornare libero. Avevo persino pregato il cielo ... io, che nemmeno da bambino lo avevo mai fatto ...

Non era più solo un sogno, o una supplica ad un Dio lontano. La libertà era lì, mi guardava dallo spicchio di cielo stellato che si intravedeva dalla porta semi aperta.

Ma ora ero io a non volerla. Andandosene, la mia 'guardia', l'essere che fino a pochi minuti prima avevo maledetto con tutto me stesso, mi aveva come svuotato.

Lì, da quell'angolo gelido e buio, sentivo la notte limpida che mi chiamava a sè, vedevo la strada della tanto agognata fuga ... ma non sapevo più chi ero.

Il braccio destro cominciò a farmi male; non tutto, ma solo un punto preciso. Levai con cura la manica logora della camicia per identificare il motivo di tale sofferenza. Con disarmante stupore notai la causa del fastidioso dolore: un numero, un numero a sei cifre, marchiato a fuoco.

Fui invaso da un panico incontrollabile, qualcosa di simile ad una scossa attraversò i miei muscoli. Non sentii più, anche la spossatezza sembrava avermi abbandonato... Volevo solo correre, correre lontano ... da quel luogo, da tutte domande senza risposta, da un me stesso che non riconoscevo.

In quell'impeto di emozioni, fece ingresso la 'guardia'. In una lingua incomprensibile, ma intuibile dai gesti esagitati, ordinò ad un suo eguale di portare dentro un'altro disperato. Il compare eseguì e con noncuranza lasciò cadere sul pavimento il povero cristo. E per la seconda volta, quella maledetta porta, si richiuse alle spalle di quell'orrendo essere.

Era accaduto tutto così in fretta che per un istante credetti di aver immaginato tutto ... avevo assistito paralizzato a quella surreale sequenza come un condannato a morte assiste alla costruzione del suo patibolo e, in un lampo di drammatica lucidità, pensai che, se non altro, la morte sarebbe stata una certezza quasi salutare per i miei poveri nervi ormai al limite della distruzione.
Fu un rumore sommesso a riportarmi almeno parzialmente sulla scena di quell’assurdo teatrino che si ostinava a volersi chiamare realtà. Girai la testa e dovetti aguzzare la vista per riuscire a scorgere il profilo scuro della figura che si stava avvicinando lentamente.
Nella concitazione di poco prima non avevo badato alle fattezze del nuovo prigioniero, che con procedeva con evidente difficoltà, trascinandosi carponi ...
Piano piano, nel segmento di luce che la luna alta nella notte proiettava nella stanza attraverso una stretta apertura, si rivelò il volto di una donna ...

'Jeff' sussurrò la donna. 'Jeff, sei tu?' Il viso le vibrava in modo impercettibile, forse per la paura o forse per l'emozione di aver trovato una persona conosciuta. Con esitazione cominciai a parlare. 'Io.. non so.. non so niente..' Non feci in tempo a terminare questa insignificante frase che saltò su la donna con evidente trepidazione. 'Oh Jeff, Jeff sei tu! Riconoscerei la tua voce tra mille!'

(continua?)

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