I giovani appassiti dalla vita di oggi - di Mariano Sabatini
tratto da Metro del 29/05/2006, pagina 22
I corsi e ricorsi della cronaca portano i media e i personaggi che li animano a scagliarsi contro i giovani. O, se volete, i “gggiovani”: tante più “g” quante sono le volte che, a sproposito, opinionisti tuttologi fanno riferimento a questa categoria; che più eterogenea e difficilmente analizzabile non si può. Paginate sui quotidiani, inchieste sui settimanali, servizi dei tg, strali lanciati dai politici, per dire quanto i ragazzi d’oggi siano abulici, mammoni, incapaci di impegnarsi, indifferenti a ogni ideologia. Insomma, ignavi del terzo millennio che un novello Alighieri collocherebbe in un infimo girone dell’Inferno. Davvero convinti che sia tutta colpa loro? Leggiamo che il 20-25% degli adolescenti italiani uscirebbe (il condizionale è d’obbligo) dalla scuola secondaria con insufficienti capacità per entrare nel mondo del lavoro. Già, ma quale lavoro?
Ben lontano dall’essere un diritto, un impiego soddisfacente è diventato un miraggio che non vale neppure più la pena sognare. La flessibilità, dietro cui si tenta di nascondere un’angosciante precarizzazione, infiacchisce, toglie la voglia di impegnarsi, di assumersi responsabilità. Si può capire che la sindrome di Peter Pan diventi infettiva. Non vale la pena studiare per un lavoro che sarà comunque precario. Oltretutto in scuole-aziende che, per accaparrarsi più studenti, diventano sempre meno selettive; anche per colpa delle continue ingerenze dei genitori-chioccia che vorrebbero i figli sempre promossi, vincenti, premiati pure in assenza di meriti. Ho appena concluso un corso di giornalismo in un liceo romano, il Dante Alighieri, dove per alcune settimane ho avuto il privilegio di sperimentare quanto i professionisti di domani siano dotati di una vivacità che è criminoso mortificare. I sociologi hanno definito i nati tra il ’68 e il ’78 – ossia, i trentenni che attualmente devono confrontarsi con una soffocante gerontocrazia – la “generazione mongolfiera” che non ha alcuna fretta di atterrare. Dall’alto, il mondo che ci ritroviamo appare meno pericoloso.
Per fortuna una donna intelligente come la scrittrice Lidia Ravera ridistribuisce le responsabilità: «Noi potevamo sperimentare, loro no. Abbiamo costruito una società narcisistica, accoccolata sul presente e non progettuale ». E ha ragione Erri De Luca: «Lasciamo in pace i ragazzi». A cui si vorrebbe negare il diritto di manifestare dissenso, di fischiare i cardinali invadenti, di cambiare il modello di famiglia, per poi sentirsi accusare da uno come Marcello Veneziani che «erano meglio i brigatisti rossi dei ragazzi d’oggi». Ideologi di una politica che ha scippato con brutalità ai ventenni, ai trentenni, ai quasi quarantenni (il concetto di giovinezza oggi è relativo) il senso del futuro non meriterebbero tali ribalte. In attesa che una nuova classe di governo dimostri di saper riconquistare un minimo di garanzie sociali e ridare ai ragazzi un po’ di fiducia in se stessi, loro continueranno a creare playlist e a girare per le strade con le orecchie piene di musica. Per fingere che il mondo possa fare a meno di loro. Per illudersi che non li riguardi.
Ben lontano dall’essere un diritto, un impiego soddisfacente è diventato un miraggio che non vale neppure più la pena sognare. La flessibilità, dietro cui si tenta di nascondere un’angosciante precarizzazione, infiacchisce, toglie la voglia di impegnarsi, di assumersi responsabilità. Si può capire che la sindrome di Peter Pan diventi infettiva. Non vale la pena studiare per un lavoro che sarà comunque precario. Oltretutto in scuole-aziende che, per accaparrarsi più studenti, diventano sempre meno selettive; anche per colpa delle continue ingerenze dei genitori-chioccia che vorrebbero i figli sempre promossi, vincenti, premiati pure in assenza di meriti. Ho appena concluso un corso di giornalismo in un liceo romano, il Dante Alighieri, dove per alcune settimane ho avuto il privilegio di sperimentare quanto i professionisti di domani siano dotati di una vivacità che è criminoso mortificare. I sociologi hanno definito i nati tra il ’68 e il ’78 – ossia, i trentenni che attualmente devono confrontarsi con una soffocante gerontocrazia – la “generazione mongolfiera” che non ha alcuna fretta di atterrare. Dall’alto, il mondo che ci ritroviamo appare meno pericoloso.
Per fortuna una donna intelligente come la scrittrice Lidia Ravera ridistribuisce le responsabilità: «Noi potevamo sperimentare, loro no. Abbiamo costruito una società narcisistica, accoccolata sul presente e non progettuale ». E ha ragione Erri De Luca: «Lasciamo in pace i ragazzi». A cui si vorrebbe negare il diritto di manifestare dissenso, di fischiare i cardinali invadenti, di cambiare il modello di famiglia, per poi sentirsi accusare da uno come Marcello Veneziani che «erano meglio i brigatisti rossi dei ragazzi d’oggi». Ideologi di una politica che ha scippato con brutalità ai ventenni, ai trentenni, ai quasi quarantenni (il concetto di giovinezza oggi è relativo) il senso del futuro non meriterebbero tali ribalte. In attesa che una nuova classe di governo dimostri di saper riconquistare un minimo di garanzie sociali e ridare ai ragazzi un po’ di fiducia in se stessi, loro continueranno a creare playlist e a girare per le strade con le orecchie piene di musica. Per fingere che il mondo possa fare a meno di loro. Per illudersi che non li riguardi.
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